II soglia

THE PORTAL

Presenza
«Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora.»
Presenza, soffermati e guardala.
È già scritta in se stessa.
Pre / senza. Prima, senza.
Una suggestione, forse. Eppure, se ci si ferma a osservare, quanta verità può nascondersi in uno spazio vuoto.
In questo primo passo del nostro cammino, fatto di domande e riflessioni, il significato della presenza mi diventa inevitabile. Essenziale.
Cosa vuol dire essere presenti? Presenti a se stessi.
Ho spesso sostenuto che il nostro modo di vestire debba rappresentare ciò che siamo.
Ma se non ti conosci? Se non ti sei mai vista davvero, se non hai mai imparato a riconoscerti al di là dell'immagine che il mondo ti ha restituito?
Come puoi dare forma a ciò che sei, se ancora non sai chi sei?
Ancora una volta guardo la moda da una prospettiva diversa cercando di restiturle ciò di cui è stata privata: moda - modus ossia modo di essere.
E dunuqe ti chiedo:
"tu sapresti dire chi sei?"
Infinite volte mi pongo questa domanda. E anche quando riesco ad azzardare una risposta, mi domando se quell'immagine mi appartenga davvero, o se sia soltanto il riflesso di ciò che ho imparato a credere di essere.
Da amante della maieutica, torno allora a una frase che mi accompagna da molti anni.
«So di non sapere.»
Per molto tempo ho creduto che significasse semplicemente avere ancora tanto da imparare.
Oggi ne vedo un senso di più profondo: non siamo chiamati a trovare una risposta, ma a rimanere disponibili alla domanda!
Socrate non fa del non-sapere una resa. Ne fa l'inizio della ricerca. Nell'*Apologia* di Platone, la consapevolezza del proprio limite diventa proprio ciò che lo distingue da chi crede di possedere una sapienza che non ha.
E allora mi chiedo: quante volte, nella nostra vita, abbiamo scambiato una convinzione per una verità soltanto perché non abbiamo mai lasciato spazio alla possibilità di metterla in discussione?
Forse è qui che comincia la presenza: nel coraggio di sostare davanti all'ignoto, senza fuggire dall'incertezza, abbandonando il tentativo di controllo, restituendoci alla fiducia nella mano di chi muove il sole e le altre stelle.

La lampada e l'attesa
C'è un'immagine del Vangelo alla quale torno spesso. La parabola delle dieci vergini, in Matteo 25, 1-13.
Dieci donne attendono lo sposo. Hanno le loro lampade, ma non tutte si sono procurate abbastanza olio per alimentarle durante l'attesa. Lo sposo tarda, la notte avanza e, quando finalmente si ode il grido che annuncia il suo arrivo, non tutte sono pronte.
«Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora.»
Mi colpisce questa attesa. L'impossibilità di conoscere il momento, di essere presenti, di comprendere ciò che ci è destinato.
Rimane la lampada che è presenza
Rimane la fiamma, che è coscienza
Rimane l'olio, che è capacità di alimentarla
Rimane la capacità di tenderve verso la verità presenti e ardenti nell'attesa
Ci serve la curiosità che ci spinge a cercare, la cultura che allarga il nostro sguardo, l'arte che ci impregna di sensibilià, e servono domande capaci di spezzare le catene delle nostre certezze e ci rende prigionieri delle nostre convizioni.
Il non-sapere, allora, non è un abbandono passivo. È una disposizione viva, una tensione che ci mantiene in cammino.

Studiare per aprire la mente. Attendere per non chiudere il cuore.
Eppure, mentre cerchiamo di alimentare la nostra lampada, c'è qualcosa che rischiamo di dimenticare: per accogliere una luce, occorre anche lasciare spazio. Occorre il vuoto.
L'arte di fare spazio
Simone Weil, nelle sue riflessioni sull'attenzione raccolte in Attesa di Dio, ci invita a considerare un modo diverso di stare davanti al mondo: rendere il pensiero disponibile, sospendere per un momento il bisogno di riempire ogni cosa con le nostre interpretazioni, imparare ad attendere.
Questa idea mi attraversa.
Perché viviamo in un tempo che sembra incapace di sopportare il vuoto. Ogni attesa viene interrotta, ogni silenzio riempito, ogni desiderio soddisfatto prima ancora che abbiamo avuto il tempo di comprenderlo.
Consumiamo immagini senza trattenerne la bellezza, accumuliamo esperienze senza lasciarci trasformare, corriamo verso ciò che viene dopo mentre quello che abbiamo davanti ci sfugge.
E così, lentamente, rischiamo di perdere la capacità di esserci.
Quando è stata l'ultima volta che ti sei fermata davvero a guardare il cielo?
Non mentre andavi ad aprire la macchina, con uno sguardo frettoloso già rivolto a ciò che avresti fatto subito dopo.
Intendo fermarti per davvero. Lasciare fuori ogni cosa, persino l'immagine che hai di te, e rimanere lì, davanti al cielo.
Oppure davanti a una foglia che si muove al vento. All'acqua di un ruscello che gorgoglia e canta con una lingua a noi sconosciuta.
Senza dover comprendere. Senza cercare un significato da portare via con te.
Lasciando che la bellezza esista, semplicemente, e che tu possa incontrarla.
Forse è proprio questo il vuoto di cui abbiamo paura: uno spazio nel quale non siamo chiamati a produrre, dimostrare, ottenere. Uno spazio nel quale le definizioni possono tacere e qualcosa, finalmente, può essere ascoltato.
Sii presente a te stessa mentre ti fai abitare dal vuoto. Non cercare di colmarlo con fretta e ferocia. Nutriti di esso, fino a quando non incontri quella scintilla divina che ti abita. E allora accendila di curiosità, dalle legna di cultura da ardere.

Perché fare spazio non significa rinunciare alla conoscenza. Significa permettere alla conoscenza di non diventare una gabbia, alla ragione di non scambiare i propri confini per i confini della verità.
Forse, prima di poter riconoscere ciò che siamo, dobbiamo avere il coraggio di lasciare andare ciò che credevamo di essere.
Le definizioni ricevute. Gli schemi nei quali abbiamo imparato a riconoscerci. Le convinzioni che, ripetute abbastanza a lungo, hanno finito per sembrare la nostra stessa voce.
Non sempre ciò che ci hanno detto di essere coincide con ciò che siamo destinate a diventare.
E chissà, forse la presenza comincia proprio quando smettiamo di cercare, fuori e dentro di noi, una risposta che confermi ciò che già conosciamo.
Rimane una lampada da custodire, una mente da tenere aperta, un cuore disposto all'attesa. E quello spazio, così spesso temuto, nel quale la nostra ricerca può finalmente incontrare qualcosa di inatteso.
Non so quanto lontano possiamo arrivare nella comprensione della verità che ci trascende. So soltanto che non vorrei smettere di cercarla, né confondere ciò che ho imparato con tutto ciò che ancora mi attende.
E quando poi diventano visione le tesso sulle collezioni affichè sia di moda il pensare.
Per questo continuo a farmi domande.
E vorrei lasciarti con una di esse.
Se smettessi, per un momento, di cercare di essere qualcuno, di sapere qualcosa, di corrispondere all'immagine che hai costruito di te, che cosa potrebbe finalmente trovare spazio dentro di te?
Pax vobis cum.
Luana
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