• Lulu

Il vaso di Sophia



Oroscenza

La storia che ispira la collezione N9


Sophia camminava in silenzio assorta nei suoi pensieri, si sentiva felice. Insolitamente felice, come non le capitava da 3 anni 3 mesi e 7 giorni.


Esattamente da quando aveva deciso di chiudere la porta di casa. Si era chiusa dentro in tutti i modi in cui un essere umano possa chiudersi dentro. Si era nascosta tra le pagine consumate dei suoi libri, dentro i quadri che dipingeva e che poi detestava, dentro i suoi pensieri, sempre più fuori dal mondo e dentro se stessa fino a non distinguere i confini della vita che scorreva oltre i muri di casa sua. Aveva lasciato lì fuori tutto il resto; i rumori stridenti di macchine che sfregano sull’asfalto correndo verso le solite conquiste inutili. Aveva lasciato gli sguardi indiscreti, aveva lasciato le corse contro il tempo. Aveva lasciato il vicino di casa che ogni mattina incrociandola non le dava mai il buongiorno sembrando sempre estremamente scontroso e insoddisfatto e lei ogni volta pensava esattamente la stessa cosa “ se sei coì infelice perché non provi a cambiare ?” Lo pensava, ma non glielo aveva mai detto, forse avrebbe dovuto, ma tra l’indifferenza quel pensiero finiva, ogni mattina, lì tra le lancette in ritardo perenne del suo orologio. Aveva staccato la suoneria del cellulare, smesso di prendere un caffè per piacere ma solo e soltanto per dovere, aveva smesso così un giorno dopo l’altro, di essere curiosa, aveva iniziato a vedere tutto uno scorrere di cose assolutamente prive di senso, era dentro il caos e non si muoveva per sua volontà ma trasportata da una corrente impetuosa di una vita che non aveva cercato, così pian piano si stava spegnendo mentre era viva. Ad un tratto aveva smesso di correre, e un attimo alla volta senza accorgersene si era lasciata ammaliare da un immobilismo che quel giorno la accompagnò a casa alle 7 circa di sera, si assicurò di aver chiuso a chiave la porta e la fece vivere lì dentro per 3 anni 3 mesi e 7 giorni.


Certo, di motivi ne aveva per sentire l’esigenza di allontanarsi da tutto,

ne aveva come tutti, per arrendersi, ritirarsi e fine della storia, ma ne aveva anche molti altri per insistere, continuare, perseverare e credere, solo che in quel momento si era smarrita, là fuori , la sua coscienza era rimasta tra un segnale di stop e un semaforo dell’incrocio vicino lo studio dove lavorava. A si, il lavoro era stata quella che definiremmo la ciliegina sulla torta o la goccia che fa traboccare il vaso. Non era stato esattamente il lavoro in se, lei lo amava, erano piuttosto stati tutti quegli innumerevoli giorni passati a ingoiare e buttar giù cose che avevano un sapore amaro. Credeva che prima le avesse mandate giù prima se le potesse scordare e invece non passava mai niente ed ogni parola le restava dentro e scavava. Prima sulla sua pelle, segnando quella fronte accigliata chiusa nel dubbio ( ho forse sbagliato io in qual cosa non capisco perché mi tratti cosi ) poi quelle parole erano scese più in profondità provocando una scontata gastrite che veniva tenuta a bada da una dieta a base di caffè e digestivi. Ma erano andate avanti sempre più in fondo fino a scavare il cuore, e quando cominciò a lasciarle fare a non provare a respingerle, le parole si fecero strada tra le sue vene e come un veleno pian piano la divorano dentro, ecco lì, esattamente in quel momento lei aveva smesso di sognare.


Tutto cominciò così, senza accorgersene, ogni giorno si trovava in studio e subiva le parole senza respingerle fingendo di non sentire, guardando sempre più spesso il suo orologio aspettando l’ora per tornare a casa così poteva finalmente rannicchiarsi sul divano con il suo bicchiere di vino rosso aspettando che facesse l’effetto giusto che spegnesse quei crampi allo stomaco per poter dormire stordita e priva di un senso. Il lavoro era la ciliegina, sì, ma sotto ci stava tutta una torta di strati composta da bugie e delusioni.






Mesi prima credeva di essere felice. Aveva incontrato una persona che in poco tempo era diventata la sua persona speciale, almeno così credeva lei. La prima volta che ci scambiò quattro chiacchiere non ebbe esattamente una bella sensazione ma pian piano lo rivalutò ( ah se solo ci fidassimo di più del nostro istinto!). Lo rivalutò a tal punto da affidargli tutti i suoi segreti, si fidava nonostante spesso le capitava di sentire un nodo alla gola che le bloccava la parola, ma aveva iniziato ad ignorarlo quel sintomo perché le avevano insegnato che non si può giudicare una persona a primo impatto e che bisogna dare il beneficio del dubbio. Gli incontri diventarono sempre più frequenti ma tutto avveniva in modo quasi fortuito. Sofia avrebbe dovuto capirlo, lei era sempre stata attenta alle piccole cose eppure in quel caso aveva deciso di ignorare il tutto fino a che il tutto non le si palesò coì spudoratamente che non potè più ne fingere ne voltarsi da un altra parte. Sophia lavorava in un noto studio come interior design, erano i migliori.


I nomi più noti si erano avvalsi del loro estro e capacità di stupire il cliente. Amava il suo lavoro nonostante qualche collega aveva il potere di mandarle di traverso la giornata, ma in quel momento o quasi nulla poteva scalfirla, in quel momento le battutine e i morsi velenosi al sapore d’invidia di chi cerca di renderle la vita difficile, di metterla sotto cattiva luce screditandola e schernendola con fare saccente e gradasso solo per nascondere l’infinita aridità interiore e la sua completa mancanza di genio, beh tutto questo in quel momento non suscitava in lei che un leggero solletico anzi a dirla proprio tutta era quasi divertente, le dava quel senso di sfida che la pungolava e stimolava. Il che era perfetto anche in vista del momento, c’era aria di promozione e Sofia era estremamente motivata ed ambiziosa. Bastava convincere il capo con il proprio progetto di ristrutturazione per una giovane coppia che a breve sarebbe convolata a nozze, aveva chiacchierato spesso con la titolare di questo bellissimo casale in campagna, che non si trovava nemmeno troppo lontano da casa sua. Aveva sognato e studiato nel dettaglio ogni angolo calcolando perfino la luce nelle varie fasi della giornata per far si che il tutto fosse in totale sinergia con la natura. Aveva immaginato tutto tranne chi ci avrebbe vissuto, e lo scoprì in quello che doveva essere l’ incontro di lavoro che le avrebbe permesso la promozione.



Sì, era lui, la sua persona speciale era li ad aprire la porta di quella casa insieme all’ufficiale fidanzata di 12 lunghissimi anni che finalmente aveva deciso di sposare l’estate prossima. Le si gelò il cuore, avrebbe voluto urlare, spaccare tutto e piangere. Ma si paralizzò mentre sentiva dentro il suo petto lo strappo delle vene, ebbe quasi la sensazione di sentire il sapore del sangue nella bocca. Lui non sapeva che l’appuntamento era con Sophia, altrimenti avrebbe trovato una delle sue patetiche scuse per non esserci, improvvisamente, come aveva fatto spesso. Sophia balbettò un imprevisto e si dileguò frettolosamente. Salì in macchina non sapendo bene dove andare, passarono pochi minuti e squillò il telefono, per un secondo credette fosse lui invece era il suo capo, respirò si fece forza e rispose: “ Sophia cosa è successo lì dentro la cliente mi ha chiamato in preda al panico che sei fuggita via, dimmi che storia è questa? “ Non sto bene Antonio ho avuto un malore improvviso non so cosa mi sia successo, rimedierò” “No sophia non c’è tempo ho mandato già Giancarlo a relazionare il tuo progetto non possiamo permetterci figure di questo tipo, nel nostro lavoro l’affidabilità è tutto e tu sei

fuggita senza una spiegazione, spiegazione che a quanto pare non vuoi dare nemmeno a me visto che a questo malore non ci credo assolutamente, ti do l’ultima opportunità Sofia so che hai avuto una qualche ragione seria per farlo ma permettimi di aiutarti”. Sophia rimase in silenzio anche se avesse voluto non avrebbe potuto dire nulla, non le uscivano le parole di bocca. “ Sophia, non so davvero cosa pensare sono estremamente deluso per questo accaduto, prenditi qualche giorno e rifletti”. “Antonio non ho bisogno di qualche giorno” Il suo capo insistette e Sophia rimase qualche giorno a riprendere fiato. Ogni volta che squillava il telefono provava un fortissimo dolore al petto come se un fulmine la stesse folgorando nel desiderio, dubbio che potesse essere lui, ma ogni volta scopriva che era qualcun altro. Da parte sua non una telefonata ne un messaggio. “Valgo davvero così poco? Non mi merito nemmeno un tentativo, una spiegazione?” Pensava tra sé e sé Poi provava a convincersi che non avrebbe alcun senso, non lo avrebbe di certo perdonato per una telefonata ma per quanto provasse a convincersi il fatto che non ci provasse nemmeno la feriva a morte ancora più di quanto non lo fosse già. Passarono tre giorni e tornò in ufficio. Giancarlo era stato promosso, al suo posto, grazie al suo progetto al suo talento depredato e trafugato. Inutile spiegare l’aria che si respirava lì dentro. Incrociando lo sguardo dei colleghi provava un forte senso di nausea e disgusto. Era tutto assolutamente troppo da sopportare. Così si alzò dalla sedia e andò a casa. Mentre camminava si guardava intorno come per salutare quel mondo. Poi chiuse la porta a chiave e rimase lì per tre anni tre mesi e sette giorni. In tutto quel tempo quasi tutti avevano rinunciato nei tentavi vani di tirarla fuori di casa, amici parenti conoscenti, nessuno era riuscito a farla più uscire, ma Beatrice non si era mai arresa.



Bea era la sua amica d’infanzia, erano cresciute insieme e come due sistemi elettrici che si incontrano anche se posti a distanza e nel tempo continuano a influenzarsi, a percepirsi, così era intenso il loro legame. Quel giorno Bea aveva avuto una strana sensazione improvvisa di angoscia, sapeva che stava succedendo qualcosa a Sophia. Senza dirle niente era andata a trovarla ed era stata l’ultima persona a vederla perché da quel momento non avrebbe permesso più a nessuno di entrare nel suo spazio onde evitare che qualunque cosa o postillo potesse turbarla. L’unica con la quale aveva mantenuto un contatto era proprio Beatrice.

L’unica capace di farla stare meglio.. sempre! Si sentivano spesso per telefono, ma anche i suoi tentativi sembrano non produrre risultati concreti, fin che un giorno non le spedì a casa un pacco. Il postino lasciò il collo davanti l’uscio come aveva imparato a fare ormai da tempo. Quando si sentì sicura di non trovarsi nessuno davanti aprì alla porta e ritirò il pacco. Dentro c’era un biglietto di Bea, pezzi di ceramica scomposti di quello che sembrava un vaso, e dell’oro. “ Ciao Sophi Sì ti ho spedito un vaso rotto. Era un vaso bellissimo, mi piacerebbe rivederlo, chissà che non possa esserlo ancora. Decidi tu” Sophia si sentì attraversare da un brivido gelido e poi improvvisamente sentì un forte calore che le veniva dal profondo del cuore. Comprese il messaggio di Beatrice. Lei era quel vaso rotto, lei era bella prima delle sue fratture ma poteva imparare, evolversi, cambiare in una forma migliore ed essere ancora più bella perché quando vivi e solo quando vivi autenticamente puoi farti male ma se non comprendi il dolore non percepisci la bellezza della felicità. Tirò il vaso dalla scatola e si mise a lavoro , c’era un tecnica che lei conosceva bene tramandata dall’arte giapponese il kitsugi, è un arte che vuole che se un oggetto prezioso si rompe venga colato con l’oro in modo da rendere visibili le sue fratture ma ancora più prezioso perché ricco di un esperienza unica. Curò il vaso e ad ogni pezzo che vedeva rinascer tra le sue mani si sentiva pervasa da un sentimento di serenità che la riempiva. Come quasi fosse fatta d’aria quella serenità si sentiva capace persino di volare. Si sentiva leggera e felice. Lavoro tutto il giorno e la notte intera, finì di comporre il vaso, quelle venature d’oro lo rendeva davvero più bello. Si voltò e si guardò allo specchio e pianse, ma erano fatte di gioia e gratitudine. Si mise un bel vestito, legò i capelli scoprendosi il viso, mise il vaso in una bella scatola e apri la porta. Chiuse gli occhi e respirò profondamente. L’aria era fresca e profumava di primavera. Era mattina presto, tutto ancora scorreva lentamente. Si incammino verso casa di Beatrice, avrebbe dovuto camminare circa un ora per arrivarci, e si godeva ogni passo. Sophia camminava assorta nei suoi pensieri e si sentiva felice. OROSCENZA 5

Pensò, ho avuto bisogno di un giorno e di una notte per curare le mie ferite, le ho riempite d’oro diventando io stessa un’opera d’arte. In un giorno e in una notte! Tutto il resto del tempo che ho trascorso lontano dal mondo è stato tempo e bellezza che non ho dedicato agli altri, che non ho impiegato per scoprire le piccole cose belle quelle che sembrano inutile come un buongiorno, un sorriso, un caffè spensierato con un amica. Ho sottratto parole di gioia alle persone che amo, le ho depredate delle loro attenzioni egoisticamente ma oggi è tempo che io viva. E voglio riempire d’oro e di gioia tutto il resto del mio mondo e mostragli quanto si possa imparare e diventare migliori. Ciò che non ti uccide ti fortifica si dice pensa se questa corazza la fai d’oro zecchino. Arrivò a casa di Beatrice la quale aprì la porta ancora assonnata e saltò di gioia quando vide Sofia sull’uscio “ Come sei bella Sophia, ti vedo lampi di oro negli occhi” Dimmi come ti senti. Mi sento.. mi sento oroscente. Sì lo vedo e lo sento anch’io. Vieni prendiamoci un caffè



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